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Un’intera generazione di giovani, Greta Thunberg in testa, sta ponendo a noi adulti tutti una domanda sul come intervenire per mitigare gli effetti dei gas serra e dell’inquinamento sui cambiamenti climatici.  Pretendere che siano stesso loro, che stanno urlando dalle piazze, con rabbia e forza, un “bisogna intervenire oggi, non domani” a proporre risposte non solo è sbagliato, ma rappresenterebbe anche una completa deresponsabilizzazione di tutti noi genitori nei confronti dei nostri figli, un fallimento epocale.

La risposta non è univoca, non è semplice, soprattutto non si può pensare che ogni piccola comunità pretenda di avere una propria risposta, del tutto scollegata dalle altre. L’anelito all’autonomia assoluta ed all’indipendenza nelle scelte cozza inevitabilmente con il fatto che un problema globale va risolto ed affrontato in modo coordinato a livello globale. Siamo tutti abitanti di uno stesso pianeta: quale sia la nostra città o stato di appartenenza nella lotta ai cambiamenti climatici interessa davvero poco. 

Se da una parte si può pensare di intervenire sul “modello di consumo” (contrastando ad esempio l’utilizzo dei prodotti monouso, spingendo verso una riduzione degli imballaggi e verso scelte alimentari che siano indirizzate a un km zero vero, riducendo quindi i costi energetici ed ambientali legati alla distribuzione), dall’altra inevitabilmente non ci si può che affidare al progresso tecnologico ed alla ricerca.

Muoversi verso una società e, di conseguenza, verso un’economia “low carbon” non può prescindere da investimenti cospicui nel settore della ricerca pubblica, sia per consentire di individuare le strategie più adatte per una transizione energetica quanto meno lenta possibile, sia per guardare davvero al futuro. Servono inoltre sistemi (agevolazioni, sgravi, finanziamenti) per consentire al mondo dell’industria di riconvertirsi senza che si perdano posti di lavoro.  Tutto questo non dovrebbe tradursi semplicemente in nuove tasse.

Il contrasto ai cambiamenti climatici va perseguito attraverso progresso ed innovazione.  Volendo utilizzare due parole abusate, il contrasto ai cambiamenti climatici va perseguito con progresso ed innovazione che siano “smart” e “sostenibili”.  Va aggiunta una terza parola: etica. Non si può pensare di far tutto questo senza che le scelte tecnologiche siano pervase da un’etica di fondo. Un esempio su tutti: nel breve periodo si potrebbe ridurre il bilancio di emissioni di CO2 banalmente (si tratta di tecnologie mature) sostituendo ai combustibili fossili quelli derivati dalle cosiddette colture energetiche. In tal modo sarebbe possibile utilizzare un combustibile “carbon neutral”, in quanto nel suo ciclo vita, brevissimo, la pianta prima assorbe CO2 e poi la rilascia una volta diventata combustibile, senza attendere le ere geologiche tipiche dei combustibili fossili. Ebbene, questa soluzione, seppur molto utilizzata in alcuni contesti emergenti come il Brasile, non è eticamente accettabile in quanto non è pensabile strappare terra alle coltivazioni alimentari per produrre arbusti utili per far camminare automobili.

Non so nemmeno quanto sia etico individuare come soluzione ai problemi energetici l’utilizzo del nucleare, in quanto, seppur tale tecnologia non contribuisce alle emissioni in atmosfera di gas serra o di inquinanti, di fatto si decide di demandare in tal modo alle generazioni future il problema dell’inquinamento, lasciando loro un’eredità super inquinante e pericolosa chiamata “scorie nucleari”.

A prescindere da quanto sia “figo” o alla moda per chi fa ricerca nel settore pubblico o privato utilizzare la parola “smart”, è indubbio che il significato intrinseco che essa racchiude vada invece preso con serietà.

Per ridurre le emissioni di CO2 bisogna cambiare modo di “ottenere” energia, serve una visione diversa, diametralmente opposta rispetto a quella attuale.  Non basta dire che bisogna puntare al 100% rinnovabile.

Oggi l’energia elettrica è prodotta (il termine corretto sarebbe convertita… l’energia non si crea dal nulla, ma si passa da una forma di energia ad un’altra) in grandi centrali, viene immessa in rete e così distribuita a tutte le utenze.   Questo approccio non è adatto però ad utilizzare al meglio l’energia che viene dal sole e quella del vento che, per definizione, sono fonti rinnovabili non programmabili: basta una nuvola per azzerare l’energia proveniente da un pannello fotovoltaico, basta un cambio di direzione del vento per ridurre l’energia che viene ottenuta con una pala eolica.  Una delle visioni del mondo della ricerca è proprio incentrata sulla dislocazione sul territorio di tante piccole centrali energetiche, integrate e smart: integrate, in quanto unione di più fonti – rinnovabili (sole, vento, idraulica, biomasse) e non – e smart, in quanto le fonti diversificate sono in rete fra loro ed accoppiate ad un impianto per l’accumulo di energia (lo “storage” energetico) ed il tutto è gestito da un sistema di controllo così da sopperire istantaneamente alle variazioni sia del meteo che della richiesta dell’utenza.  In tal modo si va verso una produzione distribuita di energia, al limite con condomini o singole abitazioni autosufficienti dal punto di vista energetico.

Dall’energia prodotta in pochi luoghi ed immessa in rete all’ energia prodotta in tanti luoghi, con piccoli impianti in grado però anche di conservare l’energia in eccesso ottenuta dalle fonti rinnovabili attraverso i sistemi di accumulo più disparati, in modo da utilizzarla all’occorrenza.

Una volta in grado di avere energia pulita da fonti rinnovabili e di controllarne i flussi, si potrà procedere a ripensare anche la mobilità, sostituendo le nostre auto a benzina con quelle elettriche (che però senza fonti rinnovabili a fornire energia alle loro batterie inquinano forse più di quelle tradizionali) o ibride (che hanno solo il nome in comune con quelle attualmente circolanti, in quanto di concezione del tutto innovativa) e riducendo drasticamente nelle città l’utilizzo del veicolo privato a fronte di un sistema sostenibile ed efficiente di trasporto pubblico locale integrato, comprensivo anche di mezzi elettrici per singoli (monopattini, bici a pedalata assistita, etc.), utili per colmare l’ultimo miglio da uno stazionamento di bus o stazione metro al luogo in cui ci si deve recare.  

Energia e mobilità sostenibili. La premessa necessaria a quanto scritto poco sopra è che non esiste un modo per avere energia con un impatto ambientale zero: qualsiasi sistema o impianto, motore o macchina ha un costo in termini di energia e di inquinamento legato al proprio ciclo di vita (costruzione – utilizzo – demolizione o smaltimento) ed ha un ulteriore impatto legato alla stessa sua presenza sul territorio.  La comunità, valutati i pro e contro ben noti grazie alla ricerca ed all’evidenza empirica dell’esperienza, dovrà scegliere di volta in volta quali sistemi adottare per il proprio territorio, senza che alcun effetto NIMBY (ovunque, ma non nel cortile di casa mia) possa sovrastare l’effetto degli stessi sulla popolazione intera.

La riduzione delle emissioni di gas serra e di inquinanti passa inevitabilmente anche per la riduzione ed un utilizzo diverso dei rifiuti: all’ideale ridurre, riutilizzare e riciclare va aggiunto un inevitabile trasformare in energia quel che resta.  Bruciare il rifiuto tal quale è idea vecchia e superata: la priorità dev’essere quella di riciclare quanto più possibile e di trasformare in combustibile quel che resta nel modo meno impattante possibile. Ad esempio i rifiuti organici possono e devono essere inviati a impianti di digestione mista anaerobica-aerobica e trasformati in biogas (miscela di metano e CO2), diventando una fonte rinnovabile di energia utilizzabile nella transizione energetica verso il 100% rinnovabile.  In alternativa si può pensare a processi di gassificazione in grado di trasformare il rifiuto in un combustibile gassoso sintetico.  

Quel che è certo è che quanto per la società possa sembrare futuro, spesso per il mondo della ricerca è passato o presente. La difficoltà, probabilmente, sta nel capire quale sia la strada più adatta da percorrere e quale visione adottare fra le tante disponibili per risolvere il problema all’interno del sempre fertile campo della ricerca scientifica internazionale.   La difficoltà sta principalmente nel capire quanto si vuole spendere in termini di tempo, denaro e capitale umano per affrontare davvero questo problema. 

Quale sarà la nostra risposta alle domande dei nostri figli?

Fabrizio Reale